Torino 2025: i 50 Best Restaurants riscrivono le regole del gusto e del potere

Locandina dell'evento

L’evento che cambia la geografia gastronomica

Dal 17 al 19 giugno 2025, Torino ospita per la prima volta in Italia i The World’s 50 Best Restaurants, l’evento più atteso della ristorazione globale. Ma non è solo una classifica: è una mappa del potere gastronomico contemporaneo.

Nel cuore del Piemonte, regione simbolo di tradizione, innovazione e rigore produttivo, si celebra non solo chi cucina meglio, ma chi sa raccontarsi meglio. E Torino, con la sua doppia anima – aristocratica e operaia, sobria e colta – è il palcoscenico ideale.

Ospitalità globale e storytelling italiano

L’evento si apre con una cena di gala alla Reggia di Venaria e culmina il 19 giugno con la cerimonia al Lingotto Fiere, trasmessa in diretta mondiale. In mezzo, il vero fermento:

  • 50 Best Talks alle OGR, con ospiti come Virgilio MartínezDominique CrennPía León: tra identità, biodiversità, cucina etica.
  • Signature Sessions nei ristoranti torinesi, da Del Cambio a Scatto a Azotea, dove la collaborazione tra chef internazionali e locali crea momenti irripetibili.
  • Un fermento diffuso di eventi satellite, dalle piazze storiche ai bar d’autore, in cui la città si mette in mostra.

Il risultato? Una diplomazia del gusto che fonde visione culturale e strategia economica. Perché oggi il food è narrazione geopolitica.

Il Piemonte si racconta in bottiglia e conquista il mondo

Il consorzio Piemonte Land of Wine ha curato la selezione dei vini serviti agli ospiti internazionali: Barolo, Barbaresco, Barbera d’Asti, Gavi, Alta Langa, Moscato d’Asti. Non solo etichette, ma simboli: ogni sorso racconta il paesaggio, il tempo e la fatica.

Protagonista anche Cascina Castlèt, con il suo Moscato d’Asti DOCG e la Barbera d’Asti Superiore DOCG, in pairing con piatti d’autore. Un esempio virtuoso di come la filiera corta possa salire sui palcoscenici globali, restando fedele al territorio.

E poi c’è Parmigiano Reggiano, partner ufficiale, che ha lanciato in occasione dell’evento una borsa di studio per giovani chef e una narrazione immersiva sul valore dell’origine.

La mixology si fa cultura: il modello Torino

Altro grande protagonista: il bere miscelato di qualità. Il Torino Cocktail Festival, organizzato in parallelo ai 50 Best, ha visto la partecipazione di oltre 25 cocktail bar e guest bartender da tutta Italia. Una dichiarazione d’identità: Torino è la capitale dell’aperitivo pensato.

Non si tratta più solo di drink instagrammabili, ma di esperienze sensoriali complete, che dialogano con la cucina, l’arte e la memoria collettiva. Dal Vermouth reinterpretato alle botaniche alpine, fino alle fermentazioni spontanee, il linguaggio del bar si è fatto narrativo.

A suggellare il tutto, Gin Mare ha scelto Torino per l’apertura di Villa Mare, esperienza immersiva dove lo chef Massimo Bottura ha collaborato con i bartender del Connaught Bar di Londra. Un format da manuale di marketing culturale: vino, miscelazione e cucina uniti in un percorso simbolico e meditativo.

Il caffè come fine dining: il caso Illy

Nel mondo dell’hospitality contemporanea, anche il caffè reclama il suo ruolo. Illycaffè, partner ufficiale dell’evento, ha curato le coffee experience nei momenti clou della manifestazione, mostrando come la qualità sostenibile del caffè possa completare – o addirittura chiudere – il racconto di un ristorante stellato.

Il caffè non è più solo una pausa, ma un rituale di chiusura, una firma. Anche questo è mixology, anche questo è racconto.

Cosa resta, oltre la classifica

Il 19 giugno verrà annunciata la lista dei 50 ristoranti più influenti del mondo. Ma il vero vincitore è il sistema che sa fare rete: chef, artigiani, produttori, comunicatori, istituzioni. Torino si conferma hub culturale, economico e simbolico. Non solo “capitale del gusto”, ma laboratorio dell’identità italiana contemporanea.

7PM takeaway: bere consapevole, mangiare narrato, viaggiare con stile

Torino 2025 dimostra che l’Italia ha finalmente compreso il valore dell’ospitalità come soft power. E ci insegna una lezione chiave: il futuro del food non è solo nel piatto, ma in ciò che lo circonda, in ciò che lo collega a paesaggi, storie, economie.

E mentre i riflettori globali si spengono, resta accesa una certezza: il prossimo sorso – di Barbera o di Vermouth dry – avrà un sapore in più.

Quello della consapevolezza.

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