Siamo quello che beviamo? Cocktail, identità e desiderio sociale

Cocktail e bar elegante

Quando ordini un drink, stai scegliendo un gusto… o stai dicendo qualcosa di te?

Ci sono quei momenti, all’aperitivo, in cui il drink che scegli diventa più di un semplice bicchiere da sorseggiare. Improvvisamente, il bar diventa una piccola scena sociale e noi siamo protagonisti, seppur silenziosi.

C’è chi ordina un Negroni e sembra sempre serio, quasi austero. Chi preferisce lo Spritz e si sente subito parte di un’estate infinita, seduto all’esterno, con il sole che fa da cornice. C’è chi si fa preparare un Daiquiri solo se “quello bravo” è dietro al bancone. E poi ci siamo noi, che cambiamo drink in base a chi c’è con noi, a chi siamo in quel momento.

Ma cosa dice davvero il nostro cocktail?
Quello che beviamo ha una storia, un messaggio, un’identità.
E spesso non è solo una questione di gusto, ma di ruolo sociale e di come vogliamo essere visti dagli altri.

Il drink come estensione dell’identità

Lo conferma la semiotica e la psicologia sociale: ogni scelta pubblica è, in qualche modo, un messaggio. Ogni volta che ordiniamo un drink, stiamo mandando un segnale. E l’aperitivo, con la sua ritualità ben codificata, è uno dei momenti sociali più “scritti” in cui questi segnali vengono letti e interpretati.

Secondo la teoria della “presentazione del sé” di Erving Goffman, costruire il nostro personaggio sociale è una cosa che facciamo attraverso i piccoli atti quotidiani. E ordinare un drink è sicuramente uno di questi. In fondo, chi siamo si riflette anche nel gusto che scegliamo di esprimere.

Un Gin Tonic?
Parla di un certo pragmatismo raffinato, una persona che sa cosa vuole, senza fronzoli.

Un Margarita?
Evoca il brio e l’energia di chi ha vissuto all’estero, la voglia di avventura e di freschezza.

Un Martini dry?
È il segno di chi ha un controllo teatrale, di chi gioca con l’immagine di sé, di chi non ha bisogno di parlare per farsi capire.

E lo Spritz? È la scelta di chi non vuole complicarsi la vita, ma vuole comunque sentirsi parte di qualcosa, senza troppi giri di parole.

Il potere simbolico del cocktail

Ogni cocktail è carico di simbolismo.
Ha una storia, un contesto, una appartenenza.
Chi ordina un Negroni, ad esempio, sente di portare con sé un pezzo di Milano, con quella sua eleganza sofisticata e quasi imperturbabile.

Chi sceglie un Old Fashioned si mette, anche solo per qualche minuto, nei panni di Don Draper, con la sua aria da uomo di successo che non si fa mai prendere alla sprovvista.

E chi si distingue, magari inventando un drink personalizzato come un “Gin sour con un twist salato”? Non sta solo cercando un gusto, sta affermando una differenza, una volontà di distinguersi, di non essere mai banale.

Ma siamo davvero liberi di scegliere?

La risposta? Non sempre.

Il sociologo Pierre Bourdieu parlava di “distinzione di classe attraverso il gusto”, un concetto che si applica perfettamente anche al mondo dei drink. Anche la scelta di ciò che beviamo, infatti, è condizionata dal nostro contesto sociale, culturale e persino economico. La nostra identità liquida cambia a seconda dell’ambiente, degli amici con cui siamo, della carta dei cocktail che ci viene proposta e, a volte, dell’orario.

Immagina una freelance che si trova al bancone di un elegante bar d’hotel.
Ordinerà probabilmente un drink più “raffinato” rispetto a quando è con il suo gruppo di amici al bar sotto casa, dove il tono è più informale e giocoso. Non è che stia fingendo. È semplicemente un modo di adattare il sé alla situazione, di scegliere l’aperitivo che meglio si adatta al momento che sta vivendo.

Quando un drink smette di rappresentarti?

Succede, più spesso di quanto pensiamo. È quel momento in cui, senza nemmeno accorgersene, ordini “il solito” e ti accorgi che ormai quel drink non ti rappresenta più. Non ti parla, non racconta più chi sei o chi stai diventando. Magari è il segnale che qualcosa è cambiato, che il tuo gusto sta evolvendo, che anche tu stai cercando di cambiare.

A volte, cambiare cocktail non è solo una questione di gusto, ma un atto intimo, un cambiamento che si riflette all’esterno. È un modo di ri-definirsi, di dare una nuova direzione a ciò che siamo e come ci vogliamo presentare agli altri.

Cosa puoi dire, la prossima volta al bancone

La prossima volta che ti trovi al bancone, prova a dire:

“Sai che il drink che ordiniamo è spesso più una dichiarazione sociale che una vera scelta gustativa? A volte non beviamo ciò che ci piace, ma ciò che racconta chi vogliamo essere.”

Vedrai che la conversazione diventerà più interessante, e chissà, magari qualcuno inizierà a vedere il proprio drink sotto una luce completamente nuova.

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