In Salento, quattordici artisti hanno deciso di fare una cosa apparentemente semplice: parlare di cibo. Ma non il cibo da cartolina, quello delle sagre estive o delle campagne di promozione turistica. Piuttosto, hanno provato a scavare nelle sue contraddizioni: sprechi, ossessioni estetiche, povertà nascoste, memorie spezzate. Ne è uscita una mostra che non ha paura di disturbare — e che ci riguarda da vicino anche quando alziamo un bicchiere.
Perché il cibo non è mai solo nutrimento, così come l’aperitivo non è mai solo un drink. Entrambi sono atti culturali, pieni di simboli, desideri, rimozioni. Guardarli attraverso l’arte significa guardare dentro le nostre abitudini. E scoprire che anche l’aperitivo, quello che raccontiamo come il momento più leggero e conviviale della giornata, nasconde un bagaglio di contraddizioni pronto a esplodere.
Il cibo come specchio anche quando non ci piace
La mostra salentina parte da un dato di fatto: ogni piatto porta con sé una narrazione. Può essere quella del territorio, delle radici, del “made in Italy” tanto celebrato. Ma può essere anche quella della fatica, dello sfruttamento, dello spreco.
Secondo Eurostat, nel 2022 l’Europa ha prodotto circa 59 milioni di tonnellate di spreco alimentare, pari a 131 kg pro capite. L’Italia, pur vantando una tradizione gastronomica di recupero e creatività, contribuisce in pieno a questa cifra. Allo stesso tempo, nel 2025 Coldiretti stima che oltre 2,7 milioni di italiani abbiano difficoltà ad accedere regolarmente a pasti completi.
Ecco la contraddizione: un Paese che esporta eccellenze, ma che non riesce a distribuire equamente il suo cibo. Un Paese che celebra l’aperitivo come rito popolare e democratico, ma che lascia indietro intere fasce di popolazione.
Il banchetto come messa in scena
Gli artisti lo hanno capito prima dei marketer: il cibo non è solo da consumare, è da guardare. Nelle nature morte seicentesche, nei banchetti rinascimentali, negli happening degli anni ’60, il cibo è performance.
E cosa cos’è l’aperitivo se non una piccola performance quotidiana? Il bicchiere servito con la giusta angolazione, la foto condivisa su Instagram, il piattino di tapas che deve sembrare abbondante ma chic. Non c’è niente di innocente: ogni drink porta in scena un’identità.
L’artista contemporaneo lo mette sotto accusa: perché rappresentiamo il cibo (e il bere) solo nei suoi aspetti patinati? Perché non mettiamo in mostra anche gli scarti, i rifiuti, i corpi che quel cibo lo raccolgono o lo servono?
Spreco, estetica, disuguaglianza: tre nodi da sciogliere
Spreco
In un bar di Milano si stima che vengano buttati ogni giorno 3-5 kg di agrumi usati solo per decorare i cocktail. Una scorza di limone tagliata male non finisce nel bicchiere ma nell’umido. Eppure, le stesse scorze potrebbero diventare sciroppi, canditi, infusi.
Estetica
Viviamo nell’era del cibo da fotografare. La bellezza è diventata obbligo: il drink deve essere “instagrammabile”, non solo buono. Ma quanta pressione estetica mettiamo addosso anche a noi stessi quando ordiniamo un aperitivo? Chi beve uno spritz viene letto come “pop”, chi sceglie un naturale arancione come “consapevole”. È un teatro sociale, non solo un sorso.
Disuguaglianza
Il Salento è terra di olio, vino e turismo gastronomico. Ma è anche terra di caporalato, raccolti a basso costo, lavoro sommerso. Lo stesso bicchiere di rosato che sorseggiamo in riva al mare contiene, invisibile, una filiera fatta di fatica. Gli artisti salentini lo hanno messo in evidenza: il cibo come bellezza e come ferita allo stesso tempo.
Dal museo al bancone: cosa imparano i bartender dagli artisti
Un artista lavora con materiali poveri, di recupero, con scarti trasformati in installazioni. Un bartender che si ispira a questo approccio può fare lo stesso:
- recuperare bucce di arancia per creare un bitter;
- usare fondi di caffè come base per un liquore;
- trasformare il pane raffermo in una tintura aromatica.
È un gesto creativo, ma anche politico: dimostra che la bellezza può nascere dallo scarto, non solo dalla materia prima più nobile.
Il cibo come contraddizione globale
La mostra salentina dialoga con un tema universale: la contraddizione tra abbondanza e scarsità. Nel mondo si sprecano ogni anno 931 milioni di tonnellate di cibo (dato UNEP), mentre oltre 700 milioni di persone soffrono di fame cronica.
Lo stesso paradosso si può leggere nel bere: i consumi di vino e superalcolici calano in Europa, ma le produzioni di lusso aumentano; cresce il mercato del “senza alcol” nei Paesi ricchi, mentre in quelli poveri l’alcol resta spesso l’unico anestetico accessibile.
Quando solleviamo un bicchiere, non pensiamo a queste cose. Ma l’arte ci costringe a farlo: a chiederci cosa significa davvero “bere insieme” in un mondo così diviso.
L’aperitivo come linguaggio
Bere un cocktail non è un atto neutro. È linguaggio. È segnale sociale. È scelta politica (anche quando pensiamo di non farne).
- Un americano ordinato al bancone può suonare come un richiamo vintage, da intellettuale bohémien.
- Un gin tonic artigianale racconta attenzione alla filiera, alla botanica, alla moda del momento.
- Uno spritz low cost in piazza diventa rito collettivo, “poveritivo” democratico, ma anche simbolo di inflazione e precarietà.
In tutti questi casi, il drink parla per noi. L’arte ci ricorda che a volte parla troppo, o parla male: nasconde le contraddizioni dietro una patina di normalità.
Salento: dal mito alla critica
Il Salento è il simbolo perfetto di questa ambivalenza: da un lato cartolina da sogno (mare, masserie, taralli, vini rosati). Dall’altro, epicentro di conflitti agricoli, di crisi legate alla Xylella, di precarietà lavorativa.
Non è un caso che proprio qui si sia organizzata una rassegna artistica sul cibo come contraddizione. Perché il Salento è una lente di ingrandimento: racconta l’Italia che si vende come “terra del buon vivere” e allo stesso tempo fa i conti con i nodi irrisolti di filiere, lavoro, sprechi.
Cosa resta nel bicchiere
Dopo aver visitato la mostra, ci si potrebbe sedere in un bar di Lecce e ordinare un Negroni. E scoprire che quel bicchiere ha un peso diverso. Non è solo la somma di gin, vermouth e bitter: è il prodotto di un’economia, di un’estetica, di una narrazione.
Ecco il punto dell’articolo: l’aperitivo, come il cibo, è sempre un’opera d’arte collettiva. A volte bellissima, a volte disturbante.
Perché serve parlarne su 7PM
Perché la leggerezza non deve mai diventare superficialità. Un magazine che parla di aperitivo deve avere il coraggio di raccontare anche il lato nascosto del bicchiere: scarti, estetica, disuguaglianze. Non per fare la morale, ma per guardare in faccia la realtà: con un sorriso ironico, ma anche con la lucidità che serve.
Forse la vera installazione artistica non è quella dentro un museo, ma quella che viviamo ogni giorno al bar. Un tavolino, due bicchieri, qualche stuzzichino: è lì che recitiamo la nostra parte, tra convivialità e contraddizione. E forse il compito dell’arte, e del giornalismo, è ricordarci che sotto la superficie brillante di un aperitivo c’è sempre una storia che merita di essere raccontata.
