Nel laboratorio del gusto: il Vermouth Mita e la rivoluzione gentile del Salento

Close up bicchiere di Vermouth

Chi l’ha detto che il vermouth parla solo piemontese? A Minervino di Lecce, in una casa di campagna che ha preso il posto di un vecchio laboratorio, Elia Calò ha deciso di riscrivere il vocabolario aromatico di uno dei più eleganti vini liquorosi che ci siano. Lo ha fatto senza clamore, con la pazienza di un raccoglitore di erbe e l’intuito di chi conosce il cuore della mixology. E così è nato il Vermouth Mita.

Ma non chiamatelo un revival. Mita è qualcosa di più profondo, una riprogammazione sensoriale che porta il Salento in ogni bicchiere, facendolo parlare con una lingua diversa, fatta di botaniche e tradizioni. Un’interpretazione del terroir che non grida, ma si fa sentire, attraverso l’aroma, il gusto, e il racconto di un’arte che affonda le radici in una terra dal cuore antico.

Il terroir dell’inaspettato

Nel bicchiere: Verdeca salentina. Nel bouquet: elicriso, ulivo, santoreggia, alloro, agrumi. Il naso è un’esplosione balsamica, una carezza che ti ricorda il mare e le brezze che corrono sulla campagna salentina. In bocca, la mineralità del Sud danza con l’amaro gentile di erbe raccolte a mano, creando una sinfonia di sapori che raccontano storie lontane, ma vicine come la luce del tramonto sulla costa.

“Volevo fare qualcosa che non esistesse,” racconta Elia Calò in una delle sue interviste locali. “Un vermouth che sapesse di casa mia, ma che fosse pronto a reggere la mixology contemporanea”. E ci è riuscito, creando un prodotto che ha saputo raccogliere l’eredità dei racconti familiari, trasponendoli in una bevanda capace di soddisfare anche i palati più esigenti della mixology d’autore.

A ispirarlo, un nome che ormai è diventato leggenda: Mita, il soprannome del suo bisnonno, raccolitore di erbe, venditore ambulante, narratore di terre e storie. Quel nome, che nasce nelle campagne salentine, oggi è diventato un’etichetta riconoscibile, che ha trovato spazio nei migliori cocktail bar tra Puglia, Roma e Milano.

La tecnica dietro la poesia

Non c’è improvvisazione in Mita. Ogni bottiglia è il frutto di una sapiente combinazione di tecniche e tradizioni: la base vinosa viene affinata con alcol purissimo, zucchero di canna, e una miscela di oltre 60 botaniche. L’estrazione degli aromi segue protocolli rigorosi: macerazioni separate, bilanciamento manuale, e una lunga serie di test sensoriali. Il risultato è un blend che riesce a bilanciare perfettamente il Nord e il Sud, in un incontro tra le radici della Puglia e le esigenze della mixology contemporanea.

Per il processo di affinamento e la creazione del prodotto, Elia ha scelto di collaborare con The Spiritual Machine, una boutique torinese che progetta spiriti artigianali su misura. Il risultato è un vermouth che non è solo un prodotto, ma una vera e propria dichiarazione di identità sensoriale.

Da bere, ma anche da raccontare

Mita non è solo un ottimo vermouth. È un prodotto che parla. E lo fa con accenti curiosi, che non si trovano in nessun altro vermouth. Ecco alcuni dei suoi tratti distintivi:

  • Ulivo in infusione: uno degli ingredienti più unici, che conferisce al vermouth un sapore complesso e avvolgente;
  • Fiori di elicriso, raccolti a mano e seccati naturalmente, aggiungono una dimensione aromatica che richiama la freschezza delle terre salentine;
  • La bottiglia stessa è pensata per essere riutilizzata come oggetto da bar, con un collo anti-sgocciolamento, che rende ogni servizio ancora più elegante.

In un mondo dove ogni drink deve “funzionare” e rispondere a schemi precisi, Mita funziona proprio perché ha qualcosa da dire. È un vermouth che non si perde nelle convenzioni, ma sa farsi ascoltare in ogni cocktail. Non è mai banale.

Perché lo vogliono i bartender?

La risposta è semplice: perché è versatile. Ma non solo. È il suo carattere a renderlo speciale. Mita non è un vermouth neutro che si nasconde dietro un mix qualsiasi. Si comporta alla grande in un Negroni o in un Martinez, ma è nei twist più creativi che mostra davvero la sua anima. Come in un Spritz amaro con bitter al carciofo e soda al sale, dove ogni sorso racconta qualcosa di nuovo, di non visto prima.

Come dice un bar manager di un locale romano che ha Mita fisso in carta: “È un vermouth che ti obbliga a pensare. Ma non ti giudica se ci metti sopra una fetta d’arancia”. E questo è il suo vero valore: non è solo un ingrediente, è un’esperienza.

Il Vermouth Mita dimostra che non serve essere un colosso industriale per cambiare le regole del gioco. Basta ascoltare la terra, conoscere le tecniche, e avere il coraggio di raccontare qualcosa di diverso. Elia Calò, con il suo lavoro e la sua passione, ha trasformato un prodotto tradizionale in qualcosa che parla una lingua nuova, fatta di natura, storia e innovazione.

E quando lo servirai agli amici, potrai dire: “Sai che questo vermouth è fatto con l’ulivo del Salento e una pianta che si chiama elicriso? Sa di vento caldo e di rosmarino, ma non è né l’uno né l’altro.” Ed è lì che la mixology diventa cultura.

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