Nella tazzina d’espresso non c’è solo un caffè: c’è un intero immaginario culturale, sociale, persino estetico. Per decenni l’espresso è stato uno dei marchi di fabbrica dell’italianità nel mondo, insieme alla pizza e al design. Oggi, nel 2025, questo piccolo concentrato di cultura gastronomica sta vivendo la sua stagione più complessa: è ovunque, ma in mille declinazioni diverse.
Secondo l’International Coffee Organization (ICO), il consumo globale di espresso-style coffee è cresciuto del 21% tra il 2019 e il 2024. Ma è un’espansione che porta con sé sia opportunità che tensioni identitarie.
Da un lato, grandi catene internazionali (da Starbucks a %Arabica) hanno ibridato il modello espresso per adattarlo a gusti locali: meno amaro, più lungo, più latte, più aromatizzato. In Asia, l’espresso si fonde con ingredienti come matcha, sesamo nero, yuzu; in Nord Europa si sperimentano fermentazioni e nuove estrazioni ibride; negli Stati Uniti si moltiplicano i format di “third wave” specialty che rivalutano l’espresso ma con grammature e pressature diversificate.
Allo stesso tempo, l’Italia resta un punto di riferimento ma non può più limitarsi alla difesa museale del proprio standard. Marchi come Illy e Lavazza hanno puntato su formazione internazionale (con accademie di caffetteria in oltre 30 paesi), standard qualitativi certificati e progetti di sostenibilità nella filiera. In parallelo, torrefazioni artigianali come Ditta Artigianale (Firenze) o His Majesty the Coffee (Monza) stanno portando nel mondo un espresso più narrato, più tracciabile, più consapevole.
Ma c’è un terreno che fonde ancora più direttamente caffè e mixology: è il mondo sempre più vivace dei coffee cocktail. Dal classico Espresso Martini, tornato prepotentemente di moda tra le nuove generazioni, fino ai drink che utilizzano cold brew, coffee shrubs, infusioni a bassa gradazione e combinazioni con distillati artigianali. Bar come il Camparino in Galleria a Milano o l’Hanky Panky di Città del Messico stanno riscrivendo il vocabolario degli abbinamenti caffè-alcol, giocando su acidità, texture e aromi tostati.
Come osserva anche il report 2025 di Allegra World Coffee Portal, “il confine tra barista e bartender si sta dissolvendo: i coffee bar stanno diventando nuovi hub di mixology diurna e i cocktail bar stanno accogliendo sempre più tecniche da caffetteria specialty”.
L’espresso oggi è diventato una lingua franca che ognuno interpreta con accento proprio. Il rischio non è la contaminazione, ma la banalizzazione. Come ha osservato Andrea Illy in una recente conferenza al World Coffee Congress: “L’espresso può evolvere e dialogare, purché resti fedele alla sua essenza: equilibrio, intensità, eleganza e responsabilità etica nella produzione”.
Nel frattempo, cresce anche una nuova sensibilità sociale: il progetto Coffee Coalition for Racial Equity (USA) lavora su filiere etiche; il movimento Barista Hustle (Australia) propone training globali di alta formazione tecnica e inclusiva; il World Barista Championship aggiorna i propri criteri per includere nuovi approcci estrattivi e nuove varietà botaniche.
Per il pubblico globale, l’espresso è diventato più che un rito italiano: è un luogo di incontro interculturale, un laboratorio liquido di diplomazia gastronomica.
E così, nel 2025, l’espresso non è solo la tazzina al bancone: è la conversazione continua su cosa significa bere bene in un mondo che cambia, sia che lo si versi puro nella porcellana, sia che lo si shakeri in un bicchiere Nick & Nora.
