Il rum è ancora cultura: cosa insegna davvero il Taste of Rum 2025… anche se sei a Milano, non a San Juan

Close up bicchiere di rum

Il Taste of Rum 2025, andato in scena a fine marzo a San Juan (Porto Rico), è stato molto più di un festival caraibico.
Con oltre 40 marchi presenti, 200 etichette in degustazione, talk e presentazioni editoriali, ha confermato una verità che in Italia ancora fatica a passare: il rum non è solo un alcolico da miscelare. È un distillato che vale la pena ascoltare.

E anche se non eri lì tra le palme e la musica dal vivo, le idee circolate in quei bicchieri arrivano dritte fino al nostro aperitivo.

Il rum esce dal cliché

Addio cannucce, menta e zucchero bruciato.
A San Juan, il rum si serviva liscio, non filtrato, a temperatura ambiente, come si farebbe con un whisky torbato o un Cognac XO.
Spiccavano nomi storici come Don Q e nuove etichette locali come Ron CarayRon Capicu e Ron Capó, tutte impegnate a raccontare Porto Rico in bottiglia, senza esotismi.

Il messaggio è chiaro: il rum, oggi, non ha bisogno di travestimenti.
Chi lo produce vuole essere riconosciuto per il gusto, non per la geografia.

Il Daiquiri cambia tono: meno zucchero, più fermentazione

Uno dei drink simbolo del festival è stato il Twisted Daiquiri: rum bianco artigianale, lime fresco, miele grezzo al posto dello sciroppo.
Tre ingredienti, nessun trucco: solo acidità netta, aromi floreali, un finale secco.
Niente tiki, niente colori fluo. Solo materia prima e tecnica.

Se ti sei stancato dello Spritz, prova questo:

  • 5 cl rum agricolo o giamaicano ad alta esterificazione
  • 2 cl succo di lime fresco
  • 1,5 cl miele millefiori sciolto
    Shakerato, servito in coppetta.
    Fa più rum questo cocktail che un’intera carta tropicale.

Quando un libro vale più di una degustazione

Tra le presentazioni più interessanti del festival, la seconda edizione della “Puerto Rico Rum-Clopedia”: un libro che raccoglie storia, tecnica e identità produttiva del rum portoricano.
Un lavoro enciclopedico, curato da Federico José Hernández, con focus anche su zone meno celebrate come Arecibo e le sue distillerie minori.

Questo racconta bene un cambio di passo: chi beve rum vuole capire, non solo sorseggiare.
Ed è proprio la curiosità, non l’aroma di vaniglia, a guidare i nuovi consumatori.

E in Italia? Il rum c’è, ma va scovato

Nei bar italiani il rum resta poco esplorato: un’etichetta mainstream per mojito, un’aggiunta nei tiki bar, qualche bottiglia invecchiata in retro bottigliera.
Ma sotto la superficie, qualcosa si muove.
Secondo IWSR, il segmento premium e super-premium è in crescita anche in Europa, con Italia e Germania tra i mercati più sensibili.

Alcuni locali iniziano a trattarlo con la stessa cura riservata al whisky:

  • a Milano: Rita & Cocktails ha inserito rum agricoli in carta
  • a Roma: Drink Kong lavora su pairing agrumati e fermentati
  • a Palermo: Agramante lo propone con miele di zagara e formaggi stagionati

Il rum può diventare un protagonista dell’aperitivo. Serve solo un cambio di narrazione.
E baristi disposti a raccontarlo, non solo a shakerarlo.

Meno tiki, più territorio

La lezione di San Juan è tutta qui: il rum non è più un oggetto esotico, ma un racconto liquido di fermentazioni, origini, blend veri.
Va capito, va scelto, va rispettato.
E funziona — anche nell’ora più italiana della giornata.

Prossimo passo?

Se al tuo bar ti propongono “rum e cola”, prova a chiedere: “Che rum usate?”.
La risposta che ricevi potrebbe dirti molto. Su di loro. Ma anche su di te.

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