Per anni abbiamo letto menu pieni di stereotipi, visto campagne pubblicitarie che glorificavano solo alcuni corpi, cucine raccontate come se esistesse un unico modo “giusto” di mangiare e bere. Ma la tavola sta finalmente cambiando discorso. Nel 2025 la comunicazione gastronomica inclusiva è diventata uno degli ingredienti più sottili ma potenti della nuova esperienza gastronomica.
Non si tratta solo di qualche dicitura in più su un menu o di una foto rappresentativa sui social. È un cambio di paradigma profondo: oggi raccontare il cibo significa riconoscere la molteplicità delle identità, dei corpi, delle culture, delle abitudini alimentari. È l’arte di parlare a tutti, senza appiattire nessuno.
Come ha ricordato Mariachiara Montera a Gastronomika 2025, “le parole sono ingredienti tanto quanto il burro”. E quando le parole includono, il piatto che ne esce ha un sapore migliore.
Prendiamo ad esempio il caso di Færvik Café a Oslo, divenuto celebre per un menu che racconta le storie dei propri piatti: ogni ricetta viene spiegata indicando la provenienza culturale, le eventuali contaminazioni e le scelte etiche adottate in fase di produzione. Non è solo una lista di ingredienti, ma un piccolo racconto accessibile a ogni commensale.
O pensiamo a Silo a Londra, pioniere nella zero-waste cuisine, dove la comunicazione inclusiva passa anche per la trasparenza radicale: viene spiegato da dove arriva ogni prodotto, come viene trattato ogni rifiuto, e perché certe scelte sono fatte nel rispetto di chi lavora e di chi consuma.
Secondo il Diversity & Food Observatory (IUAV, 2024), il 71% dei giovani consumatori valuta ormai la sensibilità etica di un brand anche dalla sua comunicazione, ben oltre il semplice gusto dei piatti.
C’è chi, come il gruppo Big Mamma in Francia, ha reso la comunicazione inclusiva non un orpello ma un vero manifesto operativo: dai training del personale sull’uso dei pronomi corretti all’attenzione nella descrizione delle proposte in carta, passando per la rappresentazione visiva di staff e clientela in tutte le campagne social.
Naturalmente non basta dichiararsi inclusivi per esserlo davvero. I peggiori scivoloni sono quelli di chi adotta l’inclusività come moda passeggera, finendo per sembrare forzato, paternalista o incoerente. La coerenza passa per la formazione interna, la scelta accurata dei partner e una narrazione credibile, continua e verificabile.
Nel mondo del food & beverage, dove l’aperitivo è un rito sociale e culturale prima ancora che gastronomico, questa rivoluzione narrativa è una delle più interessanti da osservare. Perché un cocktail ben fatto non si beve più soltanto per il bilanciamento tra alcol e aromi, ma anche per l’ambiente sociale in cui viene servito. E ogni parola pronunciata, scritta o fotografata intorno a quel drink è parte integrante dell’esperienza.
