Il nuovo carrello del bar: cosa sta davvero sparendo dal tuo spritz

Il nuovo carrello del bar

Il Rapporto Coop 2025 ha certificato la trasformazione: la classe media non c’è più, nemmeno nel carrello della spesa. L’Italia si divide tra chi spende per prodotti premium e chi cerca solo l’offerta al discount. Nel mezzo, un vuoto. E anche il bicchiere — specchio fedele dei consumi — cambia forma.

Il simbolo che rischia di trasformarsi? Lo spritz.

Il carrello che si spacca in due

Secondo i dati Coop, negli ultimi due anni la spesa “standard” è crollata: -12% sugli acquisti di fascia media, mentre crescono a doppia cifra sia i prodotti premium (+8%) sia quelli low cost (+11%). È il trionfo della polarizzazione: o qualità percepita come “meritevole”, o prezzo stracciato.

Tradotto nel linguaggio dell’aperitivo: spariscono i prosecco “medi”, i bitter di fascia intermedia, i succhi da supermercato. Restano due estremi: da un lato il bar che serve un Prosecco DOCG da 8 euro a calice, dall’altro quello che sceglie il frizzante da 2,99 € al discount.

Lo spritz senza arancia

Un dato colpisce: il prezzo delle arance italiane è salito del 30% in due anni (Coldiretti). Non sembra tanto, ma significa che per molti baristi la fettina d’arancia non è più così scontata. Alcuni la sostituiscono con un twist di scorza, altri virano su erbe aromatiche o verdure: sedano, cetriolo, perfino carota.

Il risultato è uno spritz che resta spritz “per nome”, ma cambia fisionomia: meno frutta esotica e più ingredienti locali, spesso autoprodotti.

Il prosecco tra export e discount

Il prosecco — colonna portante dello spritz — vive due vite. Da un lato i marchi premium che puntano all’export e alle etichette di alta gamma, dall’altro la corsa ai prodotti low cost, con bottiglie che finiscono regolarmente sotto i 4 euro sugli scaffali dei discount. La fascia intermedia, quella che per anni ha garantito qualità accessibile, è sotto pressione.

I bitter: dalla grande marca al micro-laboratorio

Il terzo pilastro dello spritz, il bitter, mostra la stessa frattura. Da una parte i marchi storici soffrono la concorrenza di prodotti artigianali, spesso legati al territorio e venduti a un prezzo premium (25–30 € la bottiglia). Dall’altra, il consumatore più attento al portafoglio sceglie private label o etichette minori, sacrificando riconoscibilità a favore del prezzo.

La nuova economia del bancone

Molti locali stanno reagendo in modo creativo. Alcuni esempi concreti raccolti tra Milano e Bologna:

  • sciroppi autoprodotti da bucce di agrumi e scarti, per abbattere i costi e raccontare sostenibilità;
  • aperitivi “da dispensa”, che usano ingredienti casalinghi (aceti, spezie secche, conserve);
  • carta dei drink più corta, con meno compromessi e più identità: pochi cocktail, ma raccontati e difesi come “scelte di campo”.

È la logica del “meno ma meglio”: non offro tutto, ma quello che offro deve avere senso.

Il consumatore cerca storie, non solo drink

Un’altra tendenza chiara: chi beve non chiede solo un bicchiere “corretto”, ma anche una narrazione. L’amaro fatto dal vicino, il vermouth di una micro-cantina piemontese, la birra brassata in collina. In tempi di polarizzazione, la storia diventa la vera moneta di scambio: vale più del topping all’arancia o del ghiaccio perfetto.

Il futuro dello spritz

Il nostro spritz non sarà più quello delle cartoline venete anni ’90: con la fetta d’arancia fluorescente e il prosecco “medio”. Sarà un drink spaccato in due: o molto essenziale, con ingredienti da discount, oppure radicalmente locale e premium, con erbe di campo e prodotti di territorio.

In entrambi i casi, riflette la stessa realtà: la fine della “terra di mezzo”. Anche nel bicchiere, ormai, siamo costretti a scegliere da che parte stare.

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