Dall’esplosione al consolidamento
Dieci anni fa, chi faceva gin sembrava avere in mano la chiave d’oro del nuovo artigianato liquido. Ogni quartiere creativo europeo aveva la sua micro-distilleria, ogni bancone un’etichetta nuova da raccontare. Ma nel 2025, l’entusiasmo iniziale lascia spazio a una fase più riflessiva. Secondo l’ultimo report IWSR, la crescita del craft gin europeo si è fermata al +3% annuo. Niente crisi, ma un segnale chiaro: il settore non corre più, si assesta.
Troppe etichette, troppo simili?
La saturazione è reale: più di 2000 etichette attive nel segmento craft in Europa (Spirits Europe 2025), con il Regno Unito, la Germania e la Spagna ai primi posti. La conseguenza? Scaffali pieni e consumatori disorientati. Troppi prodotti, troppe storie, troppe bottiglie simili con un’etichetta botanica e un nome vagamente nordico. L’offerta ha superato la domanda e oggi chi beve gin non vuole più solo “qualcosa di diverso”, ma qualcosa di chiaro, autentico, significativo.
Italia: una fase più matura e più difficile
In Italia il boom è arrivato più tardi, ma oggi siamo nel pieno di una fase di selezione naturale. Secondo Federvini 2025, le distillerie craft si sono stabilizzate intorno a quota 120, con una forte concentrazione tra Piemonte, Lombardia, Toscana e Triveneto.
Chi resiste? Chi ha saputo trovare una vera identità territoriale, lavorando su botaniche locali e storytelling coerente. Dal ginepro selvatico delle Alpi ai limoni siciliani, dai fiori umbri alle erbe liguri: il gin italiano oggi vince quando sa raccontare un luogo, non solo un gusto.
Il consumatore si è evoluto
Nel frattempo, anche chi il gin lo beve è cambiato. La nuova generazione è più attenta, informata, selettiva. Vuole trasparenza, filiere chiare, sostenibilità vera. Il gin industriale con aromi artificiali perde quota. I veri craft lavorano su piccoli lotti, filiere corte e botaniche tracciabili. Non basta più dire “artigianale”: bisogna esserlo, e dimostrarlo.
Chi tiene il passo in Europa?
Nel Regno Unito, la fascia super-premium continua a funzionare.
Brand come Sipsmith e Cotswolds resistono, anche grazie all’export asiatico. In Germania c’è una polarizzazione: da un lato nomi consolidati come Monkey 47, dall’altro piccole distillerie regionali che lavorano su scala locale. Ma le vere sorprese arrivano dal Nord Europa: Oslo, Stoccolma, Helsinki. Qui il gin si fa con licheni, muschi, frutti boreali, e diventa un esercizio sensoriale tra natura estrema e design minimale.
Cosa succede ora?
Secondo Nomisma Spirits 2025, il mercato del craft gin europeo si avvia verso una crescita contenuta (+1-2% annuo) fino al 2030. Ma più che una frenata, è un reset necessario. Sopravviverà chi saprà unire radici locali forti, innovazione vera e una visione internazionale.
Il gin non scompare: semplicemente, non è più per tutti. È il momento di fare pulizia, e lasciare spazio solo a chi ha qualcosa di autentico da dire — e da versare.
