Il futuro dell’alcol è altrove

Il futuro dell’alcol è altrove

India, Messico, Brasile guidano la crescita. I mercati maturi rallentano, ma cercano senso. Nel frattempo, la birra analcolica prepara la sua rivincita. E il vino? Beh, il vino sparisce.

$34 miliardi di nuove abitudini

Secondo l’ultima previsione decennale di IWSR, l’industria mondiale dell’alcol crescerà di 34 miliardi di dollari entro il 2034. Ma non sarà merito nostro, occidentali affaticati e moderati: a trainare saranno India, Brasile e Messico, che stanno riscrivendo le regole del bere.
In India, solo nel 2024, il consumo è cresciuto del 6% in volume e del 9% in valore. E si prevede che diventerà il terzo mercato al mondo entro il 2032.
Sì, più di Germania, Regno Unito, Italia.

La geografia del bere sta cambiando. Ma anche la grammatica.

Premium o niente (ma premium davvero)

Se nei mercati emergenti si beve di più, nei mercati maturi si beve meglio. O almeno, si cerca di farlo.
Il mantra è: premiumizzazione. Non vuol dire solo bottiglie più care, ma più valore simbolico, più design, più differenza.
In UK, per esempio, mentre il consumo totale scende, la birra premium è cresciuta dell’8% nel 2024. Perché bere meno non significa smettere. Significa scegliere.

E qui la sfida: le aziende del settore dovranno decidere se diventare artigiani del gusto o fabbricanti di status liquido.

Senza alcol, ma con personalità

La birra analcolica sarà — secondo IWSR — la seconda categoria più importante dopo la lager.
In Brasile e USA, i dati mostrano incrementi a doppia cifra. Ma non stiamo parlando più della birra “che sa di niente”. Oggi ci sono IPA analcoliche, sour no-alcol, lager complesse e fermentate che competono (seriamente) con le sorelle maggiorenni.

È il trionfo del bere consapevole.
Del piacere senza sbronza.
Della bevuta presente ma non invadente.

Una nuova estetica del bere sta emergendo. E non fa rumore: ha il suono di una birra stappata in treno alle 10 del mattino, senza colpa né giudizio.

Il vino è rimasto indietro.

Secondo IWSR, il vino è l’unica grande categoria alcolica destinata a perdere volumi in modo costante per i prossimi dieci anni.
Non perché la gente beva meno. Ma perché beve diversamente.
Più curioso. Più ibrido. Più esperienziale.

Il vino, invece, ha fatto l’opposto: si è chiuso.
Nel linguaggio, nei codici, nel rito. È rimasto là dove bisogna sapere, bisogna azzeccare il bicchiere, bisogna avere rispetto per la bottiglia.

Ma oggi il bere non vuole più educarti. Vuole parlarti.
Vuole accoglierti anche se non conosci il tannino.
Vuole sorprenderti anche se lo versi nel tumbler.

E il vino questo, spesso, non lo sa fare.
Troppi produttori ancora comunicano solo ai loro simili. Troppi menu ti impongono la scelta tra 200 etichette senza raccontarne una. Troppi sommelier confondono la complessità con la reverenza.

Nel frattempo, in India, in Brasile, in Sudafrica, in California, c’è chi fa vino per il 2034. Senza paura di sbagliare tono.

E forse è questa la vera minaccia per il vino europeo: non l’ignoranza ma l’indifferenza.

E noi, in Italia, cosa ci facciamo?

In mezzo a tutto questo, l’Italia è in bilico.
Non siamo più motore, non siamo più destino. Siamo paradigma.
La nostra cultura del bere resta iconica, ma va riattualizzata.
E i nostri bar? I nostri bartender? Le nostre aziende?
Hanno davanti una scelta chiara:

  • adattarsi ai nuovi riti globali,
  • oppure rilanciare il nostro con più forza, più verità, più rischio.

Perché il mondo non aspetta chi si guarda bere allo specchio.

In sintesi

  • La crescita arriva da India, Brasile e Messico
  • Nei mercati maturi si beve meno, ma meglio
  • La birra analcolica è la nuova birra mainstream
  • Il vino è l’unico grande sconfitto (per ora)
  • Il futuro non è solo questione di quantità, ma di direzione

Divertiti con noi

iscriviti alla newsletter

Hai già letto anche questi?

I 4 vini da neve che sanno di legno, silenzio e camino
Queste 4 bottiglie scaldano. Aprile quando senti che fuori c’è bianco. E dentro legno.
Le 3 pálinka autentiche da provare
Non sono liquori da aperitivo: sono distillati che parlano di frutteti, di nonni, di confini e di fermentazioni spontanee.
Le 3 bottiglie di Vin Santo che non sanno di nonna
Sanno di tempo, silenzio, miele di castagno e pioggia lenta. Dolcezza che non consola ma racconta.
Astemi di stagione: il nuovo lusso degli analcolici che non sembrano rinunce
Brindare con un fermented apple shrub o con un cordial di melograno e spezie
Distillati per il 26 dicembre
Non per brindare. Per restare. Cinque bottiglie da aprire il giorno dopo, quando il silenzio diventa il miglior modo di bere.
Il ritorno del punch: la grande bevuta collettiva delle feste
Per anni relegato nei ricettari polverosi delle nonne anglosassoni, il punch è tornato protagonista