Il cocktail come gesto politico: bere diventa una scelta culturale

Herbal Cocktail Crafting

Dal bancone al pianeta: ogni drink ha un costo non solo economico

Per decenni abbiamo bevuto pensando al gusto, al massimo al grado alcolico. Oggi sempre più chi si siede al bar si chiede anche cosa c’’è dietro quel bicchiere. Origine degli ingredienti, filiera agricola, sostenibilità produttiva, impatto sociale: la politica entra nel cocktail, in punta di bicchiere ma sempre più presente.

Secondo i dati CGA by NIQ e IWSR 2025, oltre il 48% dei consumatori urbani in Europa e Nord America considera la sostenibilità ambientale e sociale un criterio di scelta rilevante quando ordina drink artigianali o distillati di fascia alta.

Filiera corta liquida: la mixology del territorio

Il primo gesto politico nel bere è spesso la scelta degli ingredienti. Sempre più bartender selezionano:

  • vermouth e amari artigianali regionali, prodotti in micro-lotti da erboristerie e liquorifici indipendenti;
  • distillati da filiera agricola certificata, come il gin italiano da bacche di ginepro autoctone o la vodka da cereali biologici locali;
  • botaniche stagionali, raccolte a pochi chilometri dal bar, per infusioni o garnish a km zero.

In Italia, bar come Rita’s Tiki Room a Milano, Locale Firenze o Retrobottega Bar a Roma stanno sperimentando filiere sempre più trasparenti, dialogando direttamente con produttori agricoli e piccoli trasformatori locali.

No waste e closed-loop: la dimensione etica del prep

La politica entra anche nella gestione del laboratorio:

  • utilizzo integrale delle materie prime (bucce, gambi, semi, fondi di spremitura);
  • fermentazioni controllate per recuperare eccedenze di frutta e verdura;
  • energia elettrica da fonti rinnovabili per macchinari di prep e conservazione;
  • contenitori riutilizzabili per delivery di bottiglie e garnish.

Il “closed-loop bartending” è ormai uno standard nei progetti più avanzati di mixology responsabile, come praticato da bar di riferimento come il Himkok di Oslo o il Native di Singapore.

Il gesto politico del bere lento

C’è infine una dimensione ancora più sottile: quella culturale. Bere consapevolmente, scegliere locali che fanno scelte etiche, raccontare ai clienti cosa stanno bevendo, è un atto che ridefinisce il senso stesso dell’aperitivo urbano.

Come emerge anche dal rapporto World’s 50 Best Bars 2025, la sostenibilità non è più solo un valore da esibire, ma una forma di racconto identitario che coinvolge clienti sempre più informati.

In fondo, ordinare un Negroni non è più solo un fatto di gin, bitter e vermouth: è anche una dichiarazione su come immaginiamo il nostro modo di stare al mondo.

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