Partiamo da una frase semplice: “I gusti non si discutono”. Ora proviamo a distruggerla.
Nel suo articolo su Internazionale, la filosofa Alexandra Plakias ci invita a fare proprio questo: rimettere in discussione ciò che ci hanno insegnato a considerare buono.
Il gusto, scrive, non è solo una reazione biologica. È un fatto culturale, sociale, perfino politico.
Non nasce nel palato. Si forma nell’ambiente. E soprattutto: può cambiare. Deve cambiare.
Noi di 7PM ne siamo convinti da sempre.
E crediamo che il modo migliore per discutere il gusto… sia versarlo in un bicchiere.
Il cocktail della neutralità
Tutti conosciamo qualcuno che dice: “A me piace tutto, basta che sia buono.”
Ma cosa vuol dire “buono”? E soprattutto: chi ha deciso che lo è?
Nel mondo del bere, il gusto “giusto” ha contorni precisi.
Un cocktail equilibrato, non troppo dolce, non troppo secco, né troppo acido. Il perfetto “middle drink” da manuale.
Buono per tutti, quindi per nessuno.
Il gusto si impara (e si eredita)
Ci hanno insegnato che il gusto è soggettivo, eppure lo trattiamo come oggettivo.
Cresciamo dentro gusti imposti: zucchero, vaniglia, agrumi, comfort.
Sviluppiamo gusti di classe, di cultura, di mercato.
E quando qualcosa ci “fa schifo”, è il nostro passato che parla — non il palato.
È per questo che certi cocktail sembrano sempre giusti e altri sempre sbagliati.
Ma sbagliati per chi?
E se il gusto dominante fosse solo una convenzione?
La mixology mainstream premia l’equilibrio. Ma l’equilibrio di chi?
Un Negroni al miso, un Martini con brodo vegetale, un sour alla salicornia: sono sbagliati?
O sono solo fuori dai canoni che abbiamo imparato a riconoscere come corretti?
Forse ci servono meno drink perfetti e più cocktail che ci facciano discutere.
Perché ogni volta che diciamo “non mi piace”, possiamo chiederci: non ti piace, o non lo capisci ancora?
Non serve bere insetti ma serve discutere
Non tutto ciò che è nuovo è buono.
Non berremo un Negroni ai grilli solo per fare scena. Ma nemmeno diremo “fa schifo” senza pensarci.
Perché il punto non è accettare tutto.
Il punto è sapere perché accetti — o rifiuti — qualcosa.
Il gusto si discute proprio per questo: perché solo quando lo guardi in faccia puoi davvero scegliere.
Un palato libero non è un palato comodo
Il gusto evolve quando esce dalla comfort zone.
Nel bicchiere, questo significa osare: amaro vero, acido senza zucchero, ingredienti che non si spiegano subito.
Ma anche scegliere con coscienza: non perché è trendy, ma perché è tuo.
Se oggi parliamo di cocktail vegetali, fermentati, salati, puzzolenti, è perché qualcuno ha rotto il “buono” di ieri.
E noi, nel nostro piccolo, continuiamo a romperlo. Una foglia alla volta. Un sorso alla volta.
Conclusione
“I gusti non si discutono” è un comodo silenziatore.
“I gusti si discutono” è un invito a vivere con più attenzione.
E a bere con più libertà.
Il gusto non è una questione privata. È una cosa che si fa insieme. Come un aperitivo.
Il gusto non nasce nel palato. Si impara, si eredita, si disobbedisce.
Un cocktail è anche questo: una scelta. Un confine che si sposta.
