Dal Vermouth in osteria al Gin Tonic sul rooftop: breve storia dell’aperitivo italiano

Aperitivo su rooftop

L’aperitivo non è più solo un momento prima di cena: è diventato un rituale quotidiano, un codice condiviso, persino un hashtag. Ma com’è che siamo passati dal bicchiere di rosso con le arachidi al bar sotto casa ai cocktail molecolari serviti con vista skyline? Per capirlo, bisogna fare un piccolo salto indietro nel tempo.

Prima che esistesse l’aperitivo

Ben prima che l’aperitivo diventasse un fenomeno sociale, c’era la necessità di stimolare l’appetito. I Romani bevevano vino speziato prima dei banchetti. I monaci medievali distillavano infusi per scopi spirituali e digestivi. Ma è solo nel Settecento che la storia prende una svolta interessante: a Torino, Antonio Benedetto Carpano crea il vermouth moderno, una miscela aromatica pensata per piacere anche alle dame, più leggere del vino rosso.

Questo gesto, all’apparenza semplice, anticipava una rivoluzione: il piacere condiviso del bere come forma di convivialità inclusiva. Un concetto che due secoli dopo sarebbe esploso in tutto il suo potenziale.

Il bar sotto casa: tovaglie a quadri, vino e chiacchiere dense

Negli anni del boom economico l’aperitivo era democratico, quotidiano e profondamente locale. Si beveva quello che c’era: un goto de vin, due olive, una risata, magari la schedina del Totocalcio sul bancone.

A Bologna, tappa da Tamburini per un Lambrusco scuro e una fetta di mortadella. A Roma, al Bar San Calisto, studenti e artisti si scambiavano sogni con un bicchiere in mano. I cicchetti veneziani già insegnavano l’arte del pairing: polpette e baccalà in un angolo, ombra di vino nell’altro.

Il bar era casa. O quasi. Ci si conosceva per nome, a volte per debiti, ma sempre con uno scambio umano che valeva più di qualsiasi drink.

Gli anni ’80 e ’90: il trionfo dell’happy hour

L’aperitivo cambia volto. Arriva l’happy hour e con lui buffet infiniti, cocktail dolciastri e bicchieri decorati come alberi di Natale. Il “Negroni sbagliato” fa capolino, lo “Spritz Aperol” comincia a conquistare il Nordest.

A Milano si ordina il “Milano-Torino”, a Riccione si balla con in mano un “Sex on the Beach”. I locali si riempiono, i piatti pure: pennette panna e vodka, pizzette surgelate, ciotole colme. Nasce l’apericena, mezzo pasto e mezzo show.

Era un’epoca kitsch ma liberatoria, dove il bere era anche socializzazione di massa. Si esagerava? Forse. Ma intanto il rito prendeva forma.

Il 2000 e l’era social: l’aperitivo diventa contenuto

Con i millennial, l’aperitivo diventa estetica da condividere. Su Instagram domina il food styling, su TikTok i tutorial per taglieri e cocktail stratificati. I bicchieri parlano di terroir, i bartender diventano mixologist, e tutto è branding, atmosfera, storytelling.

A Milano, Dry trasforma la pizza in pairing da gin tonic. A Firenze, Locale mixa interni rinascimentali e cocktail futuristi. I botanical bar propongono esperienze su misura: scegli l’erba, componi il drink. Il gusto? C’è, ma viene dopo la foto.

Oggi: terrazze, amari artigianali e ghiaccio con identità

Nel presente, l’aperitivo è fluido e ricercato. Si beve su rooftop cittadini, si riscoprono vermouth da meditazione e amari fatti in casa. Le olive sono taggiasche, il ghiaccio è “di qualità”, e si parla di mixology come si parlerebbe di arte contemporanea.

La tendenza è un mix di ritorno alle origini e innovazione: pochi ingredienti, scelti bene, e una narrazione che valorizza il tempo e il luogo. I locali diventano palcoscenici per esperienze immersive e convivialità selettiva.

E domani?

Il futuro dell’aperitivo potrebbe riservare esperienze multisensoriali, pairing con intelligenza artificiale, drink aumentati e interazioni olfattive. Ma la direzione più promettente sembra un ritorno alla qualità vera, alla semplicità ben fatta.

Secondo Mauro Mahjoub, bartender e fondatore del Negroni Club di Monaco, “il futuro sarà artigianalità, meno decorazioni e più sostanza”. Anche il report 2025 di Drinks International conferma: fermentazioni, spiriti locali, contaminazioni gastronomiche.

Il vero lusso? Il tempo condiviso. Una chiacchiera. Un brindisi. E la sensazione, rara e preziosa, che per un attimo il tempo si fermi.

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