Un calice di Prosecco, un piattino di taralli, due olive verdi. L’aperitivo sembra un gesto leggero, ma dietro quei sapori c’è un settore che muove miliardi ed è al centro delle sfide geopolitiche del futuro. L’agroalimentare italiano oggi vale 186 miliardi di euro, esporta per oltre 62,7 miliardi e coinvolge 3,4 milioni di imprese. Non è solo cibo: è un pezzo di politica estera servito nei nostri bicchieri.
Quanto vale davvero l’aperitivo italiano?
Secondo i dati più recenti, il comparto agroalimentare è la seconda forza del made in Italy dopo la meccanica. Solo il vino pesa oltre 14 miliardi di euro di export, il pomodoro trasformato quasi 4 miliardi, l’olio extravergine più di 10 miliardi. In altre parole: quando brindiamo, stiamo muovendo gli stessi numeri di un intero settore industriale.
Perché siamo forti (e fragili allo stesso tempo)?
La forza sta nella varietà e nella reputazione: nessuno al mondo ha la stessa ricchezza di denominazioni, DOP, IGP, etichette regionali. Ma c’è anche una debolezza: le imprese sono piccole e frammentate. In Italia ci sono 3,4 milioni di aziende agricole e alimentari, spesso familiari, che devono competere con colossi americani o asiatici capaci di muovere intere filiere. È la differenza tra il salame del tuo piattino e la multinazionale che produce snack per mezzo mondo.
Chi decide il prezzo del tuo spritz?
Non il barista sotto casa. Dietro ci sono rotte marittime in crisi, aumenti energetici, dazi americani, cambiamenti climatici. Un esempio: il Prosecco, che da solo vale 3,2 miliardi di euro di export, dipende dagli umori della politica commerciale. Se cambia un trattato, cambia anche il prezzo nel tuo bicchiere. Lo stesso vale per arance, grano e vetro: senza logistica e diplomazia, niente happy hour.
L’aperitivo è anche diplomazia?
Sì. Ogni bottiglia di vino stappata a New York o ogni lattina di Sanbittèr a Tokyo è un pezzo di politica estera italiana. Gli Stati Uniti sono ancora il nostro primo mercato, ma la Cina cresce e l’Europa resta il campo di battaglia più delicato. L’aperitivo è soft power puro: cultura che viaggia, influenza che si misura in calici.
Cosa rischiamo nel nuovo ordine mondiale?
Non che sparisca l’aperitivo, ma che perda centralità. Se l’Italia non difende la sua filiera, rischia di vedere il suo “rito nazionale” invaso da birre tedesche, gin inglesi, olive greche, formaggi francesi. Il tavolo dell’happy hour è già globale: la domanda è se resteremo noi a dettare lo stile o se diventeremo solo una comparsa.
Un brindisi che vale miliardi
Quando alziamo un bicchiere pensiamo di brindare a qualcosa di leggero. In realtà stiamo assaggiando il risultato di trattative commerciali, logistica internazionale e alleanze geopolitiche. Ecco perché, dentro ogni tarallo e in ogni spritz, c’è molto più del gusto: c’è un pezzo del futuro dell’Italia.
