Cosa bevevano i pittori della Scapigliatura

Cocktail e arte

Ovvero: come sopravvivere all’arte moderna con un bicchiere di assenzio

La Scapigliatura non fu solo un movimento culturale. Fu uno stile di vita tra l’autodistruzione e l’avanguardia, con epicentro tra Milano, Torino e il nord Italia postunitario.
Poeti, pittori, compositori, giornalisti — giovani, borghesi, in rotta con tutto: la famiglia, la morale, la retorica patriottica. E nei loro bicchieri? Non solo romanticismo. C’erano vino, assenzio, rosoli. E molta più realtà di quanto i loro critici volevano ammettere.

Il contesto: bohémien all’italiana

Nel 1860, a Milano, un gruppo di artisti inizia a firmarsi “Scapigliati” in senso provocatorio. Sono colti, ma rifiutano l’accademia. Sono raffinati, ma si vestono male. Sono i cugini italiani dei bohémien parigini, ma più caotici e meno idealizzati.
Tra loro: Emilio Praga, Tranquillo Cremona, Arrigo Boito, Carlo Dossi, Daniele Ranzoni.

Nei caffè e nelle osterie — in via Broletto, via San Primo, poi verso Brera e la Darsena — i tavoli erano affollati di schizzi, versi, insulti e bottiglie.

Il vino della ribellione

Il primo amore dei scapigliati fu il vino. Ma non quello da enoteca. Si beveva sfuso, economico, molto spesso guarnito di toni acetosi.
Emilio Praga, poeta-maledetto ante litteram, nel poema Preludio scrive:

“Ho in fondo all’anima l’ebbrezza del vino nero de’ bassi fondi.”
(Preludio, 1864)

Era un vino nero che non mirava alla qualità, ma alla compagnia e all’oblio. Bevuto in scodelle, bicchieri scheggiati, fiaschi condivisi. Più gesto che gusto.

Rosoli e liquori “femminili”

Insieme al vino, si diffondevano i rosoli, liquori dolci fatti in casa, spesso a base di anice, rosa, fiori d’arancio.
Erano considerati bevande da salotto borghese — quindi perfetti per essere sovvertiti.
I scapigliati li bevevano in pubblico, nei caffè, come gesto ironico e sensuale, spesso accompagnando discussioni amorose e duelli poetici.

Un esempio? Tranquillo Cremona, grande ritrattista milanese, amava frequentare i caffè dove si servivano “bevande da signora” per rovesciare i codici maschili dell’epoca.
Il suo stile pittorico, sfocato e vibrante, è stato più volte paragonato — a torto o a ragione — alla percezione alterata da alcol dolce e oppiaceo.

L’assenzio, ma senza mitologia

Sì, anche l’assenzio fece la sua comparsa. Importato dalla Francia, inizialmente come tonico digestivo, divenne tra gli scapigliati un simbolo di decadenza urbana.

Ma attenzione: non fu mai diffuso quanto tra i simbolisti francesi. In Italia era costoso, difficile da trovare, più mito che abitudine.
Chi lo beveva lo faceva per segnare un’identità artistica di rottura, non per rituale quotidiano.

Nel 1880, il pittore Daniele Ranzoni cadde in un grave stato di prostrazione mentale e fisica: secondo alcuni cronisti dell’epoca, il “vino adulterato e i liquori forti” contribuirono al suo tracollo. Nessuna prova certa sull’assenzio, ma il sospetto alimentò il mito.

Il drink scapigliato da rifare oggi

Un tributo moderno? Ti propongo un cocktail che mette insieme l’asprezza del vino rosso, la dolcezza del rosolio e un’eco di assenzio, senza diventare teatrale.

“Milano 1864”

  • 60 ml vino rosso (tipo Lambrusco secco o Raboso)
  • 20 ml rosolio di bergamotto o rosa
  • 5 ml assenzio (spruzzato nel bicchiere, non agitato)
  • 1 goccia di aceto balsamico invecchiato (sì, hai letto bene)
  • ghiaccio e scorza d’arancia

Preparazione:
Raffredda un bicchiere basso con ghiaccio. Nebulizza o sciacqua con l’assenzio. A parte, mescola vino, rosolio e aceto con ghiaccio. Versa filtrando. Guarnisci con scorza.
È un drink che puzza un po’ di pittura e un po’ di rivoluzione. Come deve.

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