Brindiamo senz’alcol: l’industria analcolica italiana è un affare serio

Brindiamo senz’alcol

Ovvero: il drink che ti lascia lucido ma fa girare miliardi

In principio era il Crodino. Poi arrivò il kombucha. E oggi siamo a un punto strano: gli italiani vogliono aperitivi senza alcol, ma al bar trovano sempre gli stessi tre. Intanto il settore vola: 4,5 miliardi di euro generati solo d’estate dai drink senza sballo. E la domanda è più viva del gin alle 18:30.

Benvenuti nel grande paradosso dell’aperitivo analcolico italiano. Un rito collettivo dove si brinda con l’acqua tonica, si spende più che per uno Spritz e si costruisce — tra calici e contraddizioni — un nuovo mercato culturale.

La sobrietà fa cassa (e non è più una moda da hipster stitici)

Secondo CGA by NIQ, il giro d’affari legato agli aperitivi analcolici in Italia vale 4,5 miliardi solo nei mesi caldi. Assobibe stima 5 miliardi di valore complessivo l’anno, 84.000 addetti, oltre 100 stabilimenti sul territorio.

E non stiamo parlando di spremute tristi o acqua e limone. Parliamo di bitter, fermentati, tè frizzanti, botaniche studiate più di una tesi di master. Prodotti che costano, che raccontano territori e identità, e che fanno il pieno di like su Instagram anche senza ghiaccio perfetto.

La verità è questa: l’alcol è uscito dal centro della scena, ma l’aperitivo è più vivo che mai. Solo che ha cambiato linguaggio.

Generazione Z: sobria per scelta, non per moralismo

Questa è la generazione che:

  • legge le etichette,
  • beve per socialità, non per stordimento,
  • si alza alle 7 per andare a correre anche dopo una serata alcol-free.

Il 72% dei giovani italiani sotto i 25 anni dichiara di preferire opzioni analcoliche o low-alcol nei momenti di svago (fonte: CGA x World Aperitivo Day). E non perché siano puritani: ma perché vogliono controllo, lucidità, gusto — e magari fare colpo senza alito di gin.

Italia, fanalino (chic) di coda?

Qui viene il bello. Mentre noi ci entusiasmiamo per un Americano analcolico ben fatto, Francia, UK e Spagna sono già oltre:

  • A Londra, la catena Club Soda ha aperto un intero alcohol-free tasting room. Booking full.
  • A Barcellona, il Bitter KAS Zero si trova anche nei peggiori bar di periferia, non solo nei locali bio del Born.
  • A Parigi, trovi vin désalcoolisé con etichette curate e abbinamenti pensati da sommelier.

In Italia? Trovi sempre gli stessi tre: Crodino, Sanbittèr, e magari, se ti va bene, un Ginger Beer. Ma basta varcare la frontiera per capire che l’analcolico non è un’alternativa: è una categoria, una grammatica, un mondo intero.

Il paradosso italiano: tutti lo vogliono, nessuno lo serve

Qui lo diciamo da tempo: c’è fame di aperitivi nuovi, ma nei bar si beve ancora come nel 2009. Il bartender è spesso costretto a “improvvisare un analcolico” (frase che fa tremare i polsi). La mixology senza alcol è lasciata agli hotel di lusso o ai festival bio.

Eppure:

  • Il pubblico è pronto.
  • Le aziende italiane (da Crodino a Bergotto) hanno identità da vendere.
  • Il prezzo medio di un analcolico fuori casa è pari o superiore a quello di un cocktail standard.

Cosa manca? Visione. Riconoscimento. Coraggio.

La sugar tax arriva, e non aiuta

Dal 1° luglio 2024 è scattata in Italia la famigerata sugar tax, che colpisce anche le bibite analcoliche. Risultato? Alcuni produttori iniziano a tagliare costi e zuccheri, ma il rischio è che si tagli anche l’innovazione.

Secondo CRIBIS, l’aumento delle materie prime ha già fatto perdere il 7% di consumi nel 2023. E le stime più pessimiste parlano di un calo del 16% con la tassa pienamente operativa.

7PM dice: trattiamo gli analcolici come meritano

L’aperitivo analcolico non è un contentino. È un linguaggio culturale. È una scelta estetica e politica. È un’economia in piena espansione che merita dignità, varietà, ricerca.

Brindiamo senz’alcol, ma con tutta la serietà che questo mondo si è guadagnato.
E con la leggerezza che ci piace. Quella che non ha bisogno di alzare il gomito per alzare il tono.

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