Addio ai cocktail a domicilio? Cosa succede al delivery di alcolici

Addio ai cocktail a domicilio

Come cambiano i delivery di alcolici: regole, costi e disservizi

Fino a ieri sembrava facile: due click, un Martini dry, magari pure il ghiaccio. Ma l’era d’oro del delivery alcolico — quella che ci ha tenuti in piedi tra lockdown e aperitivi in videochiamata — sembra ormai alla fine. Oggi, ordinare un drink a casa è diventato più difficile, più caro e anche più incerto. Colpa di nuove regole, margini al limite e di un mercato che non ha ancora trovato un modello sostenibile.

Da Drizly a Uber: la fine di un’illusione

La notizia è passata un po’ in sordina in Italia, ma ha fatto rumore negli Stati Uniti: Uber ha chiuso Drizly, la piattaforma di consegna alcolici acquistata per 1,1 miliardi di dollari nel 2021. La fusione con Uber Eats ha segnato la fine simbolica di un sogno: l’idea che si potesse costruire un business stabile solo sul delivery di bottiglie.

Non è solo una questione americana. Anche in Europa, diversi esperimenti locali — da wine shop con consegna express a cocktail bar in dark kitchen — hanno chiuso i battenti. Il problema? Troppo poco margine e troppe complessità logistiche per gestire un prodotto fragile, regolamentato e poco standardizzato come l’alcol.

L’Europa stringe la presa

Nel frattempo, le normative si fanno più severe, soprattutto per la vendita online. In paesi come l’Olanda, dal 2025 sarà obbligatoria la verifica dell’età anche alla consegna, e l’Unione Europea raccomanda controlli più rigidi per impedire l’accesso ai minori. Questo significa: tempi più lunghi, meno libertà per i corrieri, più responsabilità per chi vende.

In Italia non c’è ancora una normativa unificata, ma molti operatori e distributori stanno già adeguando i processi, con documenti da mostrare e procedure di verifica più lente. Addio spontaneità.

I bar indipendenti ci rinunciano

Se le grandi piattaforme faticano, i piccoli bar e locali indipendenti hanno spesso rinunciato del tutto al delivery. Alcuni lo avevano lanciato durante la pandemia con grande energia, creando cocktail imbottigliati, kit, flyer e perfino playlist. Ma oggi la maggior parte ha smesso: troppe complicazioni, margini ridicoli, costi lievitati e rider sempre più difficili da reperire.

Molti si stanno invece concentrando sulla vendita diretta in bottiglia: infusi fatti in casa, bitter, gin locali o vermouth a marchio del bar, da acquistare fisicamente o via e-commerce, ma senza la promessa della “consegna in 15 minuti”.

Chi resta in piedi?

I grandi nomi. Amazon, Winelivery, Cortilia, Tannico & co. continuano a lavorare sul delivery, ma spesso lo fanno in forma ibrida: magazzini regionali, selezioni limitate, niente cocktail freschi. Funziona meglio quando l’offerta è secca (vino, spirits) e ben organizzata.

Resistono anche alcuni bar di fascia alta, che propongono cocktail imbottigliati con etichetta da collezione, distribuiti a livello nazionale — ma si parla più di un prodotto da regalo che di un servizio da aperitivo.

Il futuro? Disordinato ma possibile

Il futuro del delivery alcolico non sarà quello che ci eravamo immaginati. Ma resta possibile, se cambia forma: più slow, più orientato alla vendita di bottiglie che alla mixology espressa, più adatto ai contesti urbani dove il bar di fiducia può diventare anche negozio.

E in attesa di piattaforme migliori, il consiglio è sempre lo stesso: fate scorta, coltivate l’home bar e non dimenticate il ghiaccio.

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